venerdì 27 marzo 2009

La rassegna stampa di Danilo

Disordine proletario di Loris Campetti, da il manifesto 24/03/2009.
La destra usa la crisi per ridisegnare assetti di potere e relazioni sociali. La sinistra, come l'Ue, non esiste.
Il lavoro italiano ai lavoratori italiani. E' difficile contestare ai nostri operai il diritto a difendersi dalla crisi, dentro una globalizzazione che scarica su di loro le conseguenze della caduta mondiale della domanda. Tanto più che spesso è lo stesso prodotto marchiato «made in Italy» a vedere la luce in paesi più convenienti, dove lavoro e diritti sono low cost. Anche se è innegabile che una vittoria degli operai italiani si trasformerebbe automaticamente nella sconfitta di altri lavoratori, cinesi d'Italia o di Cina, o magari polacchi di Polonia. Anche i francesi che rilocalizzano in patria il lavoro che per convenienza era stato trasferito all'estero hanno le loro ragioni, peccato che contrastino con quelle dei lavoratori sloveni a cui vengono sottratti modelli di automobili e dunque lavoro. E che dire dei polacchi, pronti a offrire copiosi incentivi alle nostre aziende purché trasferiscano in Slesia la produzione italiana? Il primo leader europeo a lanciare la campagna di protezione degli operai «indigeni» contro lo «straniero» è stato Gordon Brown, con una parola d'ordine subito assunta dai lavoratori di un porto del Lincolnshire che protestavano contro la concorrenza di colleghi italiani e portoghesi: «Lavoro inglese ai lavoratori inglesi». Poi il premier inglese s'è pentito, ma ormai la frittata era fatta. Gli esempi di come la concretissima crisi economica in atto possa essere utilizzata per trasformare i tradizionali conflitti verticali tra lavoro e capitale in conflitti orizzantali tra i lavoratori sono già moltissimi. In assenza di una risposta politica di sinistra e di una battaglia sindacale almeno europea, il valore della solidarietà rischia di lasciare il posto alla competitività, in una guerra di tutti contro tutti, o meglio in una guerra tra poveri. I lavoratori tessili di Prato non individuano nel padrone il loro nemico, anzi si schierano con il padrone contro il nemico comune, un altro blocco sociale anomalo che mette insieme imprenditori e dipendenti cinesi. Gli operai francesi della Renault si ritrovano insieme al presidente Sarkozy che lega i sostegni all'impresa alla difesa delle fabbriche e dell'occupazione in Francia, al punto che l'azienda semipubblica annuncia l'intenzione di riportare nell'Esagono la Clio costruita nello stabilimento di Novo Mesto (Slovenia). Anche i lavoratori Fiat di Ternini Imerese, che quando terminerà la produzione della Lancia Ypsilon potrebbero restare senza nuovi modelli, vorrebbero che il Lingotto facesse costruire a loro la futura Topolino, assegnata invece agli operai serbi di Kragujevac, nella fabbrica della Zastava rasa al suolo dalle bombe intelligenti e umanitarie. Ma il caso più clamoroso di tutti è forse quello denunciato dai licenziandi della Indesit di None. La storia è esemplare per i conflitti che incorpora, per l'inesistenza dell'Unione europea, di un sindacato europeo e di una sinistra italiana. Dunque, Merloni prende i soldi pubblici per acquisire la Indesit, poi ne prende altri come sostegnio pubblico all'industria degli elettrodomestici. Ma vuole chiudere la fabbrica in Piemonte licenziando 6-700 dipendenti per trasferire la produzione di lavastoviglie a Radomsko. Non solo perché in Polonia gli stipendi sono poco più di un terzo che a None: un accordo di Merloni con il governo polacco prevede aiuti pubblici in cambio di assunzioni. Trattasi di guerra tra due paesi aderenti all'Unione europea, con la Polonia che paga un'azienda italiana perché licenzi i suoi lavoratori italiani e assuma i polacchi. Il massimo di internazionalismo sindacale è un articolo di un sindacalista di Solidarnosc che esprime solidarietà agli operai piemontesi. Ciliegina sulla torta, Maria Paola Merloni, amministratrice dell'azienda paterna, è una pregiata parlamentare del Pd, lo stesso partito dell'ex ministro Cesare Damiano che alza le bandiere degli operai di None. Se la sinistra non fa politica non resta che il modello della destra, capace di guardare con lungimiranza al dopo-crisi, anzi di costruirlo ridisegnando rapporti di forza e relazioni sociali. Creando cioè un contesto favorevole all'egemonia culturale della destra. Se non esiste un vero sindacato europeo, ogni sindacato nazionale si batterà - se va bene - per la difesa dei suoi lavoratori, con il rischio di perdere paese per paese e di rinunciare a definire e imporre con il conflitto un pacchetto di diritti universali. Se non esiste un'Europa politica, tanti piccoli Tremonti lavoreranno al servizio delle proprie imprese. Se la domanda continuerà a cadere, infine, si potrebbe sempre riconvertire la produzione di automobili e frigoriferi in produzione di cannoni. Non è già successo ottant'anni fa, al tempo di un'altra crisi?

Dall'analisi delle dichiarazioni dei redditi 2008 di deputati e senatori alcuni casi particolari
Alcuni dichiarano poche centinaia di euro pur possedendo barche e immobili
In Parlamento con ville, Ferrari, caicchi politici più ricchi, il mistero dei nullatenenti
di CARMELO LOPAPA

ROMA - È un Parlamento di ricchi sempre più ricchi. Di Ferrari, Porsche, caicchi, montagne di partecipazioni azionarie. E di un manipolo di furbi che dichiara pochi euro pur possedendo barche e immobili. Qualcuno sembra sia stato salvato da un destino di indigenza, se è vero che fino al 2007, prima dell'ingresso alle Camere, viveva chi con 2, chi con 5 mila euro l'anno.
Dichiarazione dei redditi 2008 di deputati, senatori e ministri relative all'anno precedente, da ieri consultabili. Non è una notizia che Silvio Berlusconi sia il più ricco. Lo è questa volta il fatto che abbia dichiarato 14,5 milioni, ovvero dieci volte meno dell'anno precedente (139 milioni), quanto le banche alle quali ha affidato i suoi denari (Banca popolare di Sondrio, Banca agricola mantovana e Armer spa) avevano azzeccato mirabolanti investimenti, evidentemente meno fortunati nel 2007. Sembra comunque che il premier se ne sia fatta una ragione. In fondo, il più ricco dopo di lui è Tremonti con un terzo del suo reddito, poco più di 4,5 milioni. Seguito dall'avvocato Giuseppe Consolo con oltre 3 milioni e Santo Versace con 2,8. Quanto ai leader, bisogna scendere ai 477 mila euro di Veltroni (molti dei quali diritti d'autore dei suoi libri) per imbattersi in qualcuno del centrosinistra. L'ex leader Pd quasi doppia l'attuale Franceschini (220 mila). Seguito da Di Pietro 218 e giù Casini e Bossi. Al Senato il più ricco è l'oncologo Pd Umberto Veronesi con 1 milione 635 mila euro. Il fatto è che, scorrendo i faldoni pubblicati da Montecitorio e Palazzo Madama, ci si imbatte in tante curiosità, se proprio le si vuole definire così. Si prenda il caso di Massimo Nicolucci, napoletano Pdl. Risulta nel cda de "Il Domenicale" di Dell'Utri, proprietario di un'Alfa 147, una Multipla, una Yamaha e di un box auto e ha dichiarato 215 euro. Se è per questo, al Senato stanno ben altri ex indigenti, da Barbara Contini (Pdl) e Mirella Giai (Udc), reddito zero nel 2007, come alla Camera la new entry berlusconiana Nunzia De Girolamo da assistente universitaria si era fermata a 5.899 euro. Provvidenziale, in questi casi, l'elezione dell'anno scorso.
A quota "0" risulta anche il ministro degli Esteri Frattini, ma solo perché nel 2007 era commissario Ue e non faceva dichiarazione in Italia. E che dire di Elio Vittorio Belcastro, Mpa, che ha dichiarato poco di più (9 mila euro) ma vanta 9 proprietà tra terreni e fabbricati, 4 auto e il 50% di uno studio legale associato? E del leghista Luciano Dussin, 22 mila euro, ma con Bmw, Volkswagen, Alfa spider, Mercedes e moto Bmw? Cose che succedono. Come può succedere che Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia Pdl, chiamato in causa nei mesi scorsi da pentiti di Camorra, risulti proprietario e comproprietario di 84 immobili tra Casal di Principe (suo paese di origine), Aversa, Gaeta, Roma e Caserta e di tre auto. Ma di ricchi con voglia di ostentare in Parlamento ne siedono tanti. Drappello guidato dagli avvocati, a cominciare da quelli più vicini al premier: Gaetano Pecorella (15 fabbricati tra Milano e Cuneo) e Niccolò Ghedini (1,2 milioni, 44 fabbricati e un caicco in Turchia). Mentre all'imponibile da 1 milione della finiana Giulia Bongiorno nel 2007 hanno concorso oltre alle ricche parcelle pure la comproprietà di 4 fabbricati a Palermo e la proprietà piena di altri 5 tra Roma e Cefalù, con un'Audi A2 e un motorino Liberty che fa sempre molto chic. Giorgio Stracquadanio e Vincenzo Gibiino, entrambi Pdl, viaggiano invece in Ferrari. Il tesoriere e sottosegretario forzista Rocco Crimi in Jaguar XJ, la moglie in Jaguar XType 3000. Altri in Porsche.

(da La Repubblica 24 marzo 2009)

Vincenzo C., 39 anni, era stato licenziato da una cooperativa e proprio ieri
gli avevano comunicato che non avrebbe avuto alcuna indennità di disoccupazione
Dramma della disperazione a Roma
un uomo si dà fuoco al Campidoglio
A salvarlo è arrivata la polizia. Ora è ricoverato al Sant'Eugenio
con ustioni sul 5% del corpo. Le sue condizioni non sono gravi

Piazza del Campidoglio, a Roma
ROMA - Un uomo si è dato fuoco in piazza del Campidoglio a Roma. E' stato ricoverato all'ospedale sant'Eugenio con ustioni sul 5 per cento del corpo. Vincenzo C., che ha trentanove anni ed è pregiudicato, si è cosparso di liquido infiammabile e ha appiccato le fiamme. Dei poliziotti sono intervenuti salvandolo. "Sono disperato" le sue parole prima del ricovero in ospedale.

Secondo quanto affermano fonti mediche l'uomo avrebbe ustioni di secondo e terzo grado alla nuca e alle orecchie. Le sue condizioni generali sono buone. A provocare il gesto disperato la mancanza di un lavoro: "Sono un disoccupato, il mio era un gesto dimostrativo", ha spiegato ai medici del reparto grandi ustionati del Sant'Eugenio.

Lo ha confermato anche un amico di Vincenzo C., Celestino, che lo ha raggiunto in ospedale: "Era disperato, non riusciva a trovare lavoro e per questo ieri aveva già minacciato di darsi fuoco. Poi stamattina alle sei l'ho visto, mi ha salutato, mi ha detto 'ci vediamo dopo', aveva gli occhi pieni di rabbia".

Proprio ieri, racconta la sua compagna Paola, gli era stato comunicato che non avrebbe percepito alcun indennizzo di disoccupazione dopo il licenziamento dalla cooperativa di servizi per la quale aveva lavorato fino allo scorso ottobre. Aveva vissuto per alcuni anni in uno stabile occupato di via Pelizzi, insieme a un comitato di lotta, e poi aveva ottenuto un alloggio popolare a Ponte di Nona. L'uomo ha due figli piccoli, l'ultimo di quattro anni.

A provocare il licenziamento, ha raccontato ancora la signora Paola, la richiesta del compagno di svolgere una mansione diversa: "Vincenzo soffre di una malattia che gli causa gravi problemi nel guidare. Per questo aveva chiesto alla cooperativa dove lavorava, la Euroservice, di non dover più portare il furgone per la consegna del pane, mansione che svolgeva, ma di essere trasferito ad altro incarico, uno qualunque, anche un lavoro umile. Per tutta risposta, la cooperativa l'ha licenziato".
(da la Repubblica 25 marzo 2009)

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