martedì 2 dicembre 2008

C'è chi ci vorrebbe tutti così


Questa è una vignetta di Corax apparsa sulla rivista Internazionale il 26 settembre 1997. Ad undici anni di distanza è straordinariamente attuale e avremmo potuto benissimo trovarla questa mattina, sulla prima pagina di qualche giornale serio. A sentirlo, infatti, è proprio così che "lui" ci vorrebbe: disciplinati tele-elettori che, adeguatamente controllati, esercitano il diritto/dovere di voto, magari dopo aver visto l'ultimo TG di Emilio Fede!

Giuseppe Ferrara - La democrazia devastata
Deve allarmare, e molto, il processo in atto di trasmutazione della democrazia in monocrazia. Asor Rosa ha ragione sulla necessità di combattere «un simile flagello» per quello che è, per la catastrofe economico-sociale che ci prepara e di cui la compressione dei salari e delle pensioni, l'attacco della Confindustria al contratto collettivo, la riforma della scuola preparata dal governo, la strozzatura della stampa critica, costituiscono più che un anticipo premonitore. Se non nasce o rinasce un grande partito che assuma come proprio questo compito, che, almeno, si aggreghino su questa piattaforma quelli esistenti, le associazioni, i gruppi, le forze sindacali, che rifiutando di cianciare ancora di alternanze, di bipolarismi, di governabilità, di dialoghi, riprendano la lotta per la riconquista della democrazia devastata. Quella rappresentativa, senza distorsioni, per la libertà e l'eguaglianza di ciascuno e di tutti, come impone la Costituzione. Per non eluderla, non ibernarla, non tradirla. Il mercato autoregolato è fallito, per l'incapacità degli agenti del capitale di regolarsi, di stare, di ubbidire alle regole, anche se sono quelle proprie, a dimostrazione che gli spiriti animali che lo muovono non sono recuperabili alla ragione e alla civiltà. Abbiamo difficoltà a gridarlo, a costruire su questa constatazione una nuova unità di intenti analitici del capitalismo che abbiamo di fronte e di lotta che gli possa credibilmente corrispondere?

Gianni Vattimo: Dal dialogo al conflitto
Posso confessare senza difficoltà che sono diventato sensibile a questo problema per ragioni che non hanno anzitutto a che fare con questioni interne alla teoria, ma che sono invece fin troppo evidentemente legate a quella che con espressione dello Hegel dell’estetica chiamerei,alquanto pomposamente, la “condizione generale del mondo”. Della quale prendiamo coscienza a partire dal senso di fastidio che ci suscita sempre più nettamente ogni richiamo al dialogo. Non solo nella recente politica italiana,dove i contendenti litigano rimproverandosi reciprocamente di non voler dialogare, senza mai peraltro nominare la “cosa stessa”, con effetti che sarebbero comici se non ne andasse del destino del Paese. In verità, se riflettiamo sulle ragioni dell’insofferenza per la retorica del dialogo ci rendiamo conto che stiamo solo esprimendo una rivolta ben più ampia e più filosoficamente rilevante, e cioè la rivolta contro la “neutralizzazione” ideologica che domina ormai ovunque la cultura del primo mondo, l’Occidente industrializzato. Si tratta di quello che spesso è stato chiamato il pensiero unico, il quale si identifica in ultima analisi con ciò che i politici chiamano – quando lo nominano – il Washington consensus, al di fuori del quale non c’è che il terrorismo con tutti i suoi derivati.
E' l’esperienza che, anche nel piccolo orizzonte della società italiana, facciamo quando vediamo la scomparsa delle differenze tra destra e sinistra. Una scomparsa che del resto è generale, almeno nel mondo occidentale della razionalità capitalistica, per quanto quest’ultima sia sempre più visibilmente irrazionale e manifesti senza alcun pudore la sua essenza puramente predatoria
La retorica odierna del dialogo ha molti caratteri per essere sentita come una maschera del dominio – ed è così che la viviamo di fatto nella nostra insofferenza crescente verso di essa.

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